Litany

Litany, dolce bambina solitaria.
Strana? Secondo alcuni si.
Non la conoscono.
Dotata di una famiglia all’apparenza perfetta,
padre, madre, una sorella gemella che poi tanto somigliante non è.

Il padre lavora come architetto in uno studio molto importante, giù in centro; la madre sempre occupata con le caritatevoli e misericordiose sante della Pia Madre Cerimoniosa, istituto di beneficenza situato in un grattacielo nell’esatto centro matematicamente calcolato della città, riservato a  snobbissime donne che non sanno come spendere denaro e tempo, non meno, inoltre, per dar sfoggio della loro bravura nell’acquistare torte di mele per i bambinelli abbandonati.

La sorellina, Emily, all’apparenza l’esatto opposto di Litany, solare e sempre felice… una bambina senza troppe preoccupazioni, un po’ viziata forse, ma noooo… cosa dico mai… è giustissimo che il suo pensiero predominante sia quello di avere ogni giorno un fottutissimo abito per la sua bambolina imbalsamata.

Grande la loro casa, un paio di piani ultra-moderni circondati da un giardino perfetto. Nemmeno uno stelo d’erba fuori posto, si vede benissimo che tutti sono stati tagliati esattamente alla stessa altezza, no macheccavolo… sicuramente è un tappeto sintetico.

E… no, fuori non c’è un cane a far da guardia, spettinerebbe il prato.

Sono circa le sei del pomeriggio, ed il sole da’ l’impressione di voler iniziare la propria discesa nel mondo “di sotto”. Si, sembra proprio così, bene. E’ ciò di cui avevamo bisogno.

Litany ha una piccola stanza, su, in soffitta, beh non ce l’hanno infilata di sicuro i genitori, è stata lei a desiderare che quella polverosa e solitaria zona della casa diventasse il suo piccolo e personale riparo.

La tenera fanciulla è un’anima solitaria, non bada molto alla sua famiglia, secondo me non li sopporta affatto. Incontra quelle persone solo ogni tanto, quando è inevitabile, ma raramente si rivolge a loro, e quando gli viene posta una domanda un po’ gridata al cielo forse, lei risponde vagamente con un “mmm” se è una cosa positiva, altrimenti con un “mmmmMMMmmm” se non lo è. Non spreca il fiato la ragazzina, quello è certo.

I pezzenti… voglio dire… la sua dolce e adorata famigliola vive un rapporto strano con lei, non amano molto che si faccia vedere dal vicinato o dalle amiche di mamma, così come per quelle di Emily ed i colleghi stronzi di papà; è sempre stato così.
In rare occasioni gli “ospiti” avevano chiesto: “Ma cos’haaaa?”, “E’ malata?”, “E vostra figliaaaa?”, “E’ un po’ pallida…” Litany a quelle domande aveva sempre replicato con uno sguardo freddo, vuoto, a lei non importava nulla, non se la prendeva troppo per le idiozie sparate da quella gentaglia.

Come darle torto? Io per esempio li avrei mandati affanculo al volo… ma lei… eternamente fuori posto non riusciva (o non voleva) mischiare minimamente neppur la più piccola parte di se’ al resto del mondo (umano).

Per questo, quando sentiva che i genitori avevano organizzato qualche ricevimento giù in salone, se ne stava rinchiusa al sicuro nella sua stanza polverosa, spegneva la luce, perché il fruscio dell’elettricità mentre frigge i filamenti della lampadina le impediva di pensare, e teneva solamente una grande candela sul pavimento, e questa creava agli occhi di lei, ombre di demoni e mostri fantastici, poi si metteva seduta a gambe incrociate vicino al piccolo fuoco, e dondolandosi a destra e sinistra intonava una nenia sottile… molte volte sono rimasto ad ascoltarla mentre ne creava le parole. Diceva che quelle frasi avrebbero dato vita alle ombre, ed esse avrebbero giocato con lei, sarebbero state le uniche sue amiche.
In quei momenti capivo quanto piccola fosse, fragile, sola, tristemente sola… una bambina che credeva alle ombre è Solo una bambina.

Restava lì per ore ad occhi chiusi finché il baccano di sotto non s’attenuava, oppure finché le si presentavano i cancelli per il mondo dei sogni.

Ma si… era bello stare a guardarla, divertente per certi versi, triste e desolante per altri. E poi cazzo, cantava bene, insomma… quelle parole mi attraevano in modo indescrivibile, la sua voce era come un richiamo, era come se non potessi fare a meno di ascoltarla, la piccola.

Ed ogni volta ne volevo sempre più.

Una notte però la nenia cessò all’istante e lei si mise a piangere coprendosi il viso.

“Perché non venite! Perché non vivete! Mi lasciate sola… sempre… state lì, spiattellate sul muro, nere come la pece, perché…?”

“Volevo solo giocare con voi… io…”

Povera piccola, ma che razza di insensibile stronzo sono???
Adesso esco ad asciugarle le lacrime e la rassicuro.

“Ombra???”

Non deve piangere la piccola, non sarà sempre sola, vero? Certo… dopotutto ci sono io a farle compagnia.

“Ombra, finalmente… portami via… portami via per sempre…”

Sciocchina… crede ancora alle ombre… non è adorabilmente dolce?

“Vorrei morire mia cara Ombra… lo desidero davvero…”

“Hehehe piccola… ma cosa dici?

“Tu sei morta tre anni fa.”

4 Risposte a “Litany”

  1. Un bellissimo incubo ad occhi aperti…

    Bertornato in queste pagine, carisssimo Playwords.
    La tua mancanza iniziava a farsi sentire!

    Giovanna

    • Milady, un inchino come si conviene per ringraziarla oltre che per porgerle i miei saluti…

      Scusa, hehehe… per un attimo m’è presa così… disciplina, mi ci vuole disciplina…

  2. arissie Dice:

    Io quando leggo queste cose mi esalto, il cupo solo accennato che salta fuori nel finale…che bello, poi mi piace il punto di vista del racconto, bravo!

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