Ti ho sentito (bozza)
Nuovamente giorno. Il rumore delle auto in corsa è ovattato dalla distanza della strada, e per certi tratti, quasi annullato dalle navi lungo il fiume.
Il parco accanto al ponte è il riflesso della solita desolazione estiva dove sempre meno esseri umani popolano i giardini poco curati, e di ciò che rimane dell’uomo solo alcuni esemplari non conformi allo standard giungono fin qui, in cerca di qualcosa che colmi il vuoto.
C’è una ragazza che ogni giorno viene, alla stessa identica ora, con lo sguardo malinconico di chi vorrebbe incontrare qualcuno in grado di cambiare le cose, un abbraccio in cui perdersi forse, ed invece rimane sola a buttare qualche avanzo nell’acqua, a guardare qualche pesce che sale a galla boccheggiando.
Non è appariscente, non nel senso comune del termine. Cerca quasi di nascondersi, passare inosservata lungo i bordi delle strade, mimetizzandosi con le pareti dei palazzi, oscura come un’ombra, come se riuscisse a mischiare i propri colori con il grigiume della città.
Eppure è una presenza reale, che involontariamente nel proprio svanire evidenzia la propria presenza.
Appena mi avvicino si scuote intimorita, quasi non si fosse accorta di essere qui, come se fosse rimasta rinchiusa fin’ora in una stanza buia.
Mi scuso, ma il suo sguardo è già altrove, è là che fugge tra le acque schiumose, ed oltre.
Poco distanti passano un uomo ed una donna. Litigano attirando la sua curiosità e svaniscono come fantasmi prima che le parole diventino concetti. Lasciando per un’attimo la realtà distorta da un niente di fatto, da un’anomalia nel corso della storia.
Quando mi rigiro verso lei noto che si sta allontanando silenziosamente come trasportata dal vento, leggera. Mi muovo facendo alcuni passi nella sua direzione, tentando di raggiungerla, chiamandola per attirare la sua attenzione, per fermarla, ma sembra non sentirmi.
Cammino al suo fianco parlandole, ma il suo sguardo è così perso nel vuoto da sembrare cieca. Lo stretto viale che attraversa i giardini del parco sembra ancor più desolato al suo passaggio, ed ogni suo passo svanisce nella polvere. C’è vento, ed i suoi capelli sembrano rami di salice ondeggianti.
Si siede su una panchina, e forse, mi dico, ha deciso di ascoltarmi, c’è una cosa molto importante che devo dirle. Prima che sia troppo tardi.
Prende dalla sua borsa un piccolo quaderno e comincia a scarabocchiare alcune parole. Tento di parlarle e di dirle il motivo della mia presenza, ma è un buco nero, dove le parole vengono inghiottite e rimandate chissà in quale direzione o dimensione.
Sospirando si gira verso di me. Mi vedi? Mi ascolti? E guarda il cielo indeciso se iniziare un pianto, od inscenare un’opera in grande stile.
Una goccia cade sulla mia mano.
Un soffio di vento la porta via, ingoiandola nel nulla.
Il suo quaderno accanto a me, lo apro.
Ti ho sentito.
26 Agosto , 2008 a 14:24
Sono affascinata e incantata, scrivi davvero benissimo. Sei riuscito a trasmettermi molto con questo testo, è davvero stupendo.
Tornerò presto a leggerti
26 Agosto , 2008 a 21:27
Grazie, i tuoi complimenti sono molto graditi!
Visto che sei la seconda ad apprezzare questo racconto, quasi quasi ci credo pure io che non è malaccio.
A presto.
27 Agosto , 2008 a 08:50
Fidati…è molto di più di malaccio.
27 Agosto , 2008 a 10:14
Più in senso positivo o negativo?