Onirica Noir
Una volta cominciai a scrivere un libro. Era da quasi un anno che non aprivo quel file…
Uno stralcio dell’inizio, da prendere come bozza ovviamente:
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Notte.
La stanchezza lasciva scorre lontana lasciando spazio al senso del dovere, al cuore. I miei sentimenti purificati dall’amore trovano sfogo nel mio compito.
Ho così tanto amato lei, i suoi piccoli e strambi sogni, la dolcezza della sua voce, l’aroma del corpo, il tuffare le mani trai capelli lucenti. Il solo pensarla scardina i battiti del mio cuore facendomi perdere attimi, facendomi piegare a terra, dolorante, a toccare una strada sporcata da ogni passo umano con orrido sentore.
Un istante infinito in cui penso a lei, a quanto accaduto. Alla mia colpa. Che subito mi riprendo con saliva amara ad inumidire la bocca, distorta in un ghigno d’odio e rancore, pronto a seguire il programma, senza errori, per dimostrarle il sentimento supremo, per discolparmi… per avere di nuovo quel sorriso, per toccarne il fuoco.
Mi rialzo, senza alcuna fatica, un pensiero fisso gira davanti ai miei occhi, come un film muto, in loop, infinitamente, per imprimere nella realtà il destino.
Percorro lo stretto viale, tra i riflessi delle insegne fluorescenti dei locali notturni s’intessono tappeti di note elettroniche, ripetitive, danzanti. Le locandine incollate una sopra l’altra alle entrate porgono ai clienti il menù carnale della sera. Corpi discinti promettono piaceri effimeri di femmine tristi. Uno sguardo all’interno per scorgere sotto i riflettori occhi vuoti, e menti lontane ad anestetizzare la povertà della situazione, il poco valore della vita imprigionata tra le mani dalle grasse dita inanellate di vecchi maschi sudati. Il fetore del denaro aleggia costantemente abbracciato all’alcol colorato dei cocktail. L’orgia della depravazione seguita costante, senza soste.